20/09/2026
Nessun luogo nasce innovativo
La Silicon Valley era una valle di frutteti. Che cosa può fare un paese di diciassettemila abitanti, e perché ci siamo dati una Consulta per l’innovazione.
Nel 1930 il sessantacinque per cento della contea di Santa Clara, in California, era coperto di alberi da frutto. Fra il 1920 e il 1940 quella valle esportava più prugne secche di qualunque altro posto negli Stati Uniti, e fino agli anni Sessanta restò la più grande area di produzione e confezionamento di frutta del Paese. I promotori locali, nel 1915, le avevano trovato un nome da cartolina: la Valle delle Delizie del Cuore.
Oggi quella valle si chiama Silicon Valley.
In mezzo non c'è nessuna vocazione, nessun genio del luogo, nessun destino scritto nel paesaggio. C'è una decisione presa nel 1951 da un'università che aveva i conti in difficoltà e troppa terra ferma: invece di venderla la affittò, duecentonove acri per cominciare, a chi faceva ricerca applicata. L'uomo che ebbe l'idea, Frederick Terman, passò gli anni successivi a convincere i propri studenti a fondare qui la loro impresa invece di andarsene altrove. Due di loro si chiamavano Hewlett e Packard. Di quegli anni Terman ricordò poi una cosa sola, e non era l'ottimismo: «non c'era granché, qui, e il resto del mondo sembrava enorme».
Nessun luogo nasce innovativo. Lo diventa quando qualcuno che avrebbe potuto andarsene decide di restare e di guardare oltre il proprio campo.
Mille anni passati in mezzo
Il nome di questo paese viene dal longobardo. Sala era la parte del podere che il signore teneva per sé, quella dove stava la sua casa. Il posto compare per la prima volta in un documento del 994, e sotto ha ancora il disegno che i romani gli avevano dato: quadrati di circa settecentodieci metri di lato, tracciati con una croce di legno e quattro fili a piombo per assegnare la terra ai legionari congedati. Il territorio del Comune ci sta dentro per intero.
Poi viene il pezzo di storia che di solito si salta, e che invece spiega più di tutti gli altri.
Sala è nata in mezzo. Nel 1229 il feudo viene investito dal vescovo di Treviso, in un territorio che è contado di Padova, e che finirà veneziano quando nel 1405 Venezia prenderà Padova. Tre poteri grandi, tutti più forti di lei, che per secoli si spostano il confine addosso.
Il personaggio che ne esce è Paganino Sala. Giurista, dottore in diritto, priore del Collegio dei giuristi nel 1365, insegna allo Studio di Padova negli anni in cui l'università padovana è una delle cose più serie d'Europa. I Carraresi lo mandano a trattare la pace con Venezia nella guerra dei confini del 1372 e poi nella guerra di Chioggia, e nel 1387 gli danno il titolo di miles. Nel 1390 ottiene la cittadinanza veneziana. Nello stesso anno, quando a Padova tornano i Carraresi, viene condannato a morte per tradimento e giustiziato.
Un uomo di paese che diventa professore di diritto e ambasciatore tra le due potenze che si contendono casa sua. Stare sul confine obbliga a parlare più lingue, e chi traduce lavora sempre sotto sospetto di appartenere all'altra parte.
Farsetti, o l'importazione
Tre secoli e mezzo più tardi l'abate Filippo Farsetti fa costruire qui, fra il 1744 e il 1774, una villa con trentotto colonne di marmo antico destinate in origine a un tempio di Roma, e la circonda di un giardino in cui mette piante che da queste parti non aveva visto nessuno. Gli si attribuisce la prima magnolia piantata in Italia.
La cosa che vale più delle colonne però la fa a Venezia. Tiene duecentocinquantatré calchi di sculture antiche e moderne, e invece di chiuderli in casa li apre agli artisti e al pubblico, perché i ragazzi abbiano su cosa imparare. Le prime sculture le commissiona a uno di quei ragazzi, che si chiama Antonio Canova.
Farsetti muore nel 1774 dopo essersi rovinato con le proprie spese. Fra il 1800 e il 1805 la raccolta viene comprata dagli zar e portata a Pietroburgo, dove in parte si trova ancora. Nella villa, oggi, si va a chiedere un certificato: ci sono gli uffici comunali.
Un reticolo di campi, un giurista che traduce fra due repubbliche, un abate che importa magnolie e apre le porte della sua collezione. Sono tre modi di fare la stessa cosa: portare dentro un posto piccolo qualcosa che viene da fuori, e lasciarlo a disposizione di chi resta.
Perché non qui?
In provincia la domanda arriva sempre rovesciata: perché mai dovrebbe succedere proprio qui? Siamo pochi. L'università è altrove, i capitali pure. I ragazzi bravi partono a diciannove anni e tornano a Natale. E comunque questa non è Milano.
Sono obiezioni vere, tutte. Descrivono una classifica, però, e le classifiche cambiano: ogni posto che oggi chiamiamo centro è stato per secoli la periferia di qualcos'altro, e ci sono voluti trent'anni di frutteti perché qualcuno si accorgesse che in California si poteva fare altro.
Chi pensa in grande in un paese piccolo ha in mano una cosa che in città non si compra: le distanze corte. Il sindaco lo incontri in piazza. L'imprenditore è il padre di un compagno di classe. La dirigente scolastica risponde alle mail in giornata. Mettere allo stesso tavolo il Comune, una scuola e tre aziende, qui, costa due telefonate e una sera; in un capoluogo costa due mesi, un protocollo e un ufficio che se ne occupi.
Diciassettemila abitanti sono abbastanza per avere problemi veri, e pochi abbastanza per provare a risolverli prima che cambi la legislatura. Quando una cosa funziona si vede in fretta. Quando non funziona si è perso poco.
Se ci siano le condizioni è la domanda che arriva per prima. Le condizioni non ci sono quasi mai, da nessuna parte, e chi le aspetta aspetta per sempre. Quella che conta davvero è un'altra: chi comincia, e per quanto tempo è disposto a farlo prima di vedere qualcosa.
Che cosa chiamiamo innovazione
La parola è diventata un ornamento. Si applica ai convegni, ai bandi, alle brochure, alle slide di chiunque debba giustificare una spesa, e a furia di stare dappertutto ha smesso di dire qualcosa.
Noi la usiamo in un senso stretto. È innovazione ciò che fa risparmiare tempo a una persona, o le evita un viaggio, o le toglie di mano un modulo. Il resto è attrezzatura. Un servizio comunale che funziona di sabato mattina, dal telefono, vale più di un progetto pilota citato in tre convegni.
Le tecnologie contano perché cambiano quello che le persone riescono a fare. Si giudicano dagli effetti, e gli effetti si vedono qualche mese dopo, addosso a chi non era in sala il giorno della presentazione.
Perché serve una Consulta
Nel nostro Comune la persona che si occupa di sistemi informativi è una. Succede in quasi tutti i comuni di questa taglia, dove chi amministra passa le giornate a tenere in piedi quello che già c'è.
Intanto le competenze nel territorio ci sono, e sono più di quante il Comune potrebbe mai assumerne. La zona industriale qui è la seconda della provincia. Chi progetta software, chi governa dati, chi si occupa di sicurezza informatica o di diritto digitale abita in queste strade e lavora per aziende che stanno altrove. Torna a casa la sera e il suo paese non sa di averlo.
Questo è il punto. A un comune piccolo non mancano le idee: manca il tempo istruttorio. Manca qualcuno che legga un bando fino in fondo, che confronti tre soluzioni prima di firmarne una, che telefoni a chi l'ha già fatto per farsi dire come è andata davvero. Le decisioni digitali intanto si prendono lo stesso, perché vanno prese. Quando non esiste un luogo dove discuterle, le prende chi ha qualcosa da vendere.
Una consulta civica è un modo abbastanza semplice per rimediare: mettere a disposizione del proprio paese, gratis e alla luce del sole, competenze che il paese non potrebbe permettersi di comprare.
Che cosa siamo, e come lavoriamo
Nove persone del territorio. Ingegneri del software, un avvocato che si occupa di diritto digitale, un controller, una project manager che lavora sui dati, professionisti del digitale, uno studente di diciassette anni. Ci siamo candidati a un avviso pubblico e ci ha scelti una commissione. Non prendiamo compensi né rimborsi: lo esclude il regolamento, e ci sembra giusto così.
Non siamo un ufficio del Comune e non siamo una lista civica.
Non abbiamo un bilancio. Non firmiamo atti, non assegniamo appalti, non gestiamo progetti. Possiamo studiare un problema con più calma di quanta ne conceda una giornata di lavoro ordinaria, scrivere una proposta con dentro i numeri, e chiedere conto. Il regolamento ci dà un solo strumento vero: l'Amministrazione ha sessanta giorni per rispondere per iscritto, e motivando.
Sessanta giorni sono pochi per chi deve rispondere, e sono tutto quello che abbiamo.
Lavoriamo in quattro tavoli tecnici: digitale, pubblica amministrazione e dati; Villa Farsetti fra cultura, turismo e innovazione; imprese e territorio; scuola e nuove generazioni. Ogni tavolo può chiamare chi ne sa più di noi (un docente, un imprenditore, un tecnico comunale, un'associazione) e in genere lo fa. Dentro la Consulta siamo nove. Intorno, possiamo essere molti di più.
Ogni proposta che esce da un tavolo porta con sé un costo dichiarato, un tempo e un primo risultato osservabile. Quando quelle tre cose non riusciamo a scriverle, la proposta non è pronta. Le sedute sono pubbliche. Una volta all'anno il lavoro si raccoglie nell'Agenda Civica dell'Innovazione, che presentiamo al Consiglio Comunale entro il 31 dicembre.
A che cosa ci impegniamo
Diremo i numeri quando li avremo, e diremo che non li abbiamo quando non li avremo.
Eviteremo di promettere cose che dipendono da altri. Quando una nostra proposta verrà respinta lo scriveremo su questo sito con la motivazione ricevuta: un no spiegato è un'informazione utile a tutti, e tenerlo per noi converrebbe solo a noi.
Proveremo a lasciare dietro ogni lavoro qualcosa che un altro possa riprendere in mano. Un documento, un dato aperto, una procedura che funziona.
Se leggete da un altro paese
Questo testo parla di un comune di diciassettemila abitanti nella città metropolitana di Venezia, e vale per qualunque posto abbia le stesse proporzioni: poche risorse, molta competenza inespressa, la sensazione che le cose importanti si decidano sempre da un'altra parte.
La Valle delle Delizie del Cuore non è diventata Silicon Valley perché qualcuno ci ha visto il futuro. È successo perché un'università ha affittato la terra che non poteva vendere, e un professore ha passato anni a dire ai suoi studenti migliori che potevano costruire qui quello che sognavano di andare a costruire altrove. Ci sono voluti trent'anni, e per quasi tutto quel tempo non si vedeva niente.
Noi abbiamo una villa con trentotto colonne, un reticolo di strade romane, una zona industriale grande e un paese che per mille anni ha imparato a stare fra poteri più grandi di lui. E abbiamo nove persone che il giovedì sera, invece di guardare la televisione, leggono un regolamento.
Nel settembre del 2027, a Villa Farsetti, faremo una giornata pubblica: si chiamerà Sala Futura, e servirà a restituire al territorio quello che nel frattempo avremo costruito. Della collezione di Farsetti, in paese, non è rimasto niente. Le colonne sì, quelle sono ancora qui.
Resta un lavoro solo, e costa tempo: ascoltare chi un problema ce l'ha davvero, misurarlo, scrivere qualcosa che si possa discutere, portarlo dove si decide, e restare.

